L’uomo forte è sempre più popolare. Questo almeno ci dicono i sondaggi, con un trend crescente e consolidato negli ultimi anni.
Si respira questa idea anche nei dialoghi che si colgono al bar, lo si realizza scorrendo i social e interpretandone l’umore. Cos’è l’uomo forte? E’ il salvatore della patria, l’eroe decisionista che interpretando i voleri del popolo spazza via la politica corrotta, la burocrazia soffocante, il dedalo di leggi e leggine, abbatte le tasse, fa ripartire l’economia rendendo tutti più ricchi, sconfigge la criminalità rendendoci tutti più sicuri. In fondo, restaura un mondo felice del passato travolto dal degrado della modernità, riportandoci a un’epoca dei buoni e sani valori. Alla base di questa diffusa quanto ingenua aspirazione a una soluzione semplice a problemi complessi, ci sono una serie di presupposti, di tesi indiscusse perché ripetute da decine di anni, sui media, nei discorsi comuni, una vulgata che recita un mantra ormai interiorizzato. La politica fa schifo, chi la pratica lo deve per forza fare per un tornaconto, è tutto un magna magna, si spartiscono la torta, anche i migliori una volta arrivati là si fanno corrompere, ci sono dietro i poteri forti, sono tutti incapaci, chissà cosa c’è dietro.
Il discredito verso la classe dirigente è totale, non c’è fiducia nelle istituzioni e nei processi democratici, spesso le regole costituzionali vengono viste come un vincolo alla volontà popolare. Il tema è complesso e affronta tanti aspetti, ma mi voglio concentrare su un solo argomento, la selezione di questa tanto vituperata classe dirigente. Già, perché sembra che i politici vengano da Marte o da chissà quale entità extraterrestre e siano catapultati qua per usurpare i nostri diritti. Quello che voglio dire è che nei ragionamenti comuni non c’è alcun collegamento tra il voto, che ognuno esprime, e le sue conseguenze. Non c’è una minima assunzione di responsabilità sulla selezione delle persone incaricate di occuparsi della cosa pubblica. C’è la delusione dovuta alla disillusione riguardo un movimento o partito che aveva promesso chissà cosa e poi non l’ha fatto. Ma non c’è l’autocritica sull’aver creduto a promesse mirabolanti, aver dato fiducia a persone senza prima una valutazione minimamente critica sui loro comportamenti privati e pubblici, sulla loro formazione ed esperienza, sui valori che li muovono. Perché tutti possiamo sbagliare ed essere ingannati, scoprire che l’altro era diverso da ciò che faceva apparire, ma se non faccio il minimo sforzo di selezionare la persona migliore per un posto importante, se mi baso solo sulla parlantina o peggio seguo pedissequamente un simbolo, forse sono almeno in parte corresponsabile. Quando un condominio sceglie un amministratore, soppesa onorari e esperienza. Quando vogliamo ristrutturare casa o cambiare auto, soppesiamo criticamente offerte e prodotti. Ecco, con la politica tutto questo non viene fatto. E questo è doppiamente grave, perché non si coglie che la proposta politica è soggetta a molti interessi (legittimi) e collegata alla conquista di un potere (legittimo se all’interno delle regole democratiche).
Per chiarire, faccio un esempio pratico. La decisione di rendere pedonale una strada o un quartiere influisce in maniera determinante su qualità dell’aria, rumore, vivibilità, commercio, accessibilità dei residenti, eccetera. Questi interessi possono essere contrastanti e i portatori di interessi possono (legittimamente) raggrupparsi per formare un gruppo di pressione e condizionare la scelta. Queste azioni di lobbying possono essere visibili o dietro le quinte, ma comunque ci saranno sempre. Se l’opinione pubblica, l’informazione, le reti associative non si mobilitano, potrebbe prevalere l’interesse di pochi. Specialmente se che fa pressioni è in grado di promettere sostegno economico elettorale e chi deve prendere le decisioni non è stato selezionato in primo luogo per la propria tempra morale e valoriale. E sa che i cittadini scarsamente informati si scorderanno presto della questione del quartiere e lui sarà rieletto non se riuscirà a rendere il quartiere più bello e florido ma se saprà muovere una dispendiosa campagna elettorale fatta di promesse, eventi e pubblicità. Forse solo la paura di non essere rieletto potrebbe indurlo a resistere alle pressioni e fare la scelta più corretta.
Dunque, la selezione della classe dirigente è necessariamente conseguente alla maturità del corpo elettorale. Un alto livello di consapevolezza e capacità di discernimento porta a una scelta virtuosa, un livello superficiale e manipolabile con tecniche di marketing porta a scelte casuali e in genere negative. Certo, l’obiezione è che i cittadini non fanno di mestiere gli elettori, hanno un tempo limitato di informazione, scarso accesso ai documenti, una preparazione non adeguata alla complessità dei temi in discussione. Occorrerebbero filtri terzi, un livello indipendente e qualificato di controllo dell’azione e della proposta politica. In primo luogo l’informazione, il quarto potere, il cane da guardia della democrazia. In secondo luogo strutture interne di selezione all’interno di partiti e movimenti, che promuovessero il merito, la capacità e l’integrità morale dei propri candidati per tenere alto il credito generale sulla loro organizzazione. In realtà, entrambi gli strumenti sono pesantemente in crisi, incapaci di svolgere adeguatamente il proprio compito e di fornire il necessario ausilio alla scelta democratica dei cittadini.
La selezione della classe dirigente risulta, quindi, aleatoria, basata su meccanismi di immagine e propaganda. Talvolta, se siamo fortunati, questo coincide con persone preparate e rigorose. Spesso, porta a far emergere chi vede nella politica un mezzo per raggiungere scopi di potere, influenza, ricchezza. Insomma, una profezia che si autoavvera. Scegliamo l’imbianchino perché bello e simpatico e poi ci lamentiamo se non sa imbiancare.
Allora sì, forse ci vorrebbe davvero un uomo forte. Indipendente dai gruppi di pressione, rigoroso e visionario, capace di spazzare via tutto quello che non va e ricostruire un Paese migliore.
Se non che … ma come lo scegliamo questo uomo forte? Con gli stessi criteri (ahimè) con cui scegliamo i politici che così tanto disprezziamo? Siamo così sicuri che non avrà gli stessi difetti di quelli che critichiamo, senza un sistema di bilanciamento di poteri e equilibrio tra organi che possa arginare errori catastrofici e deliri terrificanti? Perché un uomo solo dovrebbe essere meglio di tanti? Perché siamo così sicuri che la concentrazione di potere sia un bene e non il male?
La scelta dell’uomo forte rappresenta l’ultima illusione di un popolo che ha perso i riferimenti ideologici e non ha sviluppato le necessarie capacità di filtro e selezione della propria classe dirigente. Abbiamo nel tempo smarrito la lezione, dolorosa, della storia. Non ci ricordiamo più che l’accentramento dei poteri, la rottura degli equilibri istituzionali, il travolgimento delle minoranze porta solo a una catastrofe per l’intera Nazione. Sociale, economica, valoriale. Abbiamo perso la memoria dei nostri nonni, che quel tempo l’hanno vissuto, ne hanno patito le sofferenze e hanno imparato la dolorosa lezione dell’uomo forte. Che forte non è, ma è solo pieno di potere. Che non favorisce il popolo ma i propri amici. Che di avventura in avventura porta inevitabilmente al disastro. Che per mantenere il proprio potere uccide o fa uccidere, imprigiona o esilia chi non è d’accordo. Che arriva a tradire una parte del suo popolo, perché di abitudini, religione o origine diversa, portando oppressione e tragedia.
Avendo dimenticato questa dura lezione, siamo pronti a ripeterla.
La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora (Winston Churchill)