L’Europa che (non) c’è

Si fa un gran parlare di Europa. L’Europa che non ci aiuta, l’Europa a un bivio, l’Europa che ci vuole imporre condizioni capestro. Poi, in parziale contraddizione, si dice che ci sono Paesi rigoristi (non ho capito l’accezione negativa di tale aggettivo, il contrario è lassisti e mi sembra molto peggio) che non accettano di realizzare degli strumenti di condivisione del debito per aiutare chi è in difficoltà, come l’Italia. Ma allora, verrebbe da chiedere, è l’Europa o i singoli Paesi europei? Sembra la stessa cosa, ma non è così. Proviamo a mettere ordine, ripetendo concetti di base che dovrebbero essere chiari a tutti. Dovrebbero ma forse non lo sono.

L’Europa non esiste. Non esiste una struttura statuaria dotata di una Costituzione, di un governo eletto e di capacità di azione diretta sui propri concittadini europei. Esistono tre grandi pilastri di uno strano ibrido rimasto a metà di un percorso nato come semplice spazio di scambio economico e lentamente evoluto senza sapere esattamente che configurazione finale raggiungere. Ci sono il Parlamento europeo, eletto a suffragio universale ma con poteri non paragonabili a un “normale” Parlamento (non elegge un governo, per esempio). C’è la Commissione Europea, debole struttura di coordinamento e indirizzo delle politiche comunitarie. Non ha certo i poteri di un governo, non ha, ad esempio, un autonomo potere fiscale. Ogni sua decisione deve infatti sempre passare per il terzo pilastro, il più importante. È il Consiglio europeo, costituito da Capi di Stato e di governo dei Paesi europei. Che, in buona sostanza, ha l’ultima parola su tutto.

Quella che chiamiamo Unione Europea è principalmente uno spazio economico comune, cui gli Stati sovrani hanno delegato alcune funzioni nazionali; la moneta, le regole di commercio interno, la stabilità economica. In cambio della garanzia di tre libertà di movimento: delle persone, delle merci e dei capitali. Questa Unione fa poche cose, e le fa bene. Garantisce uno spazio comune per il commercio con regole universali, permette la crescita della ricchezza tramite l’abbattimento delle barriere interne, ci protegge dai ciclici shock monetari grazie a una moneta forte e stabile, di pari forza del dollaro. Purtroppo, non fa molto di più, perché gli Stati non gli hanno concesso di fare di più. Non esiste una struttura di governo sovranazionale, non ci sono una politica estera, di difesa, di istruzione, di investimenti, di sanità comuni.

In un mondo sempre più interconnesso, con la dissoluzione degli storici equilibri est – ovest, l’emergere di forze politico – economiche sempre più aggressive e invadenti, solo una struttura statuale europea forte e organizzata permetterebbe di competere con efficienza e affermare i valori europei (sociali e politici, di libertà e democrazia) nel mondo.

Ma gli Stati, a partire dall’Italia, non sono pronti a questa ulteriore cessione di sovranità. C’è anzi un diffuso desiderio di riprendersi le quote di potere cedute, nell’illusione che, in un mondo di grandi player economici e politici spietatamente in concorrenza, piccolo sia bello e che da soli si starebbe meglio. Senza fare i conti con la perdita di sicurezza economica che ci darebbe il venir meno dell’UE. Avremmo una moneta nazionale esposta a enormi speculazioni, barriere commerciali micidiali che deprimerebbero le nostre esportazioni, necessità di mettere in atto giganteschi sacrifici economici per dare alla nostra economia la solidità per affrontare da soli le sfide mondiali (ben maggiori di quelli che ci richiedono le regole europee che liberamente abbiamo sottoscritto per entrare nel club della moneta unica, e che regolarmente da decenni evitiamo impunemente di rispettare, con tipica furbizia che ci getta un enorme discredito fuori dai confini nazionali). Invece che trattare con gli altri Stati europei per ottenere concessioni sui debiti e facilitazioni di accesso a imponenti flussi monetari, andremmo col cappello in mano a implorare l’aiuto del FMI. Invece di lamentarci della Germania, dovremmo sottometterci alla Cina.

Tutta la polemica sull’Europa che non ci aiuta è assurda e incomprensibile. Per una serie di ragioni: * non è l’Europa, ma i singoli Stati europei, ognuno dei quali (come noi) guarda in primo luogo ai propri interessi nazionali; * non ha senso dire Europa, semmai dovremmo dire “il resto di Europa” (ne facciamo ancora parte, o no?); * chiediamo ciò che non vogliamo, cioè una forza sovranazionale con più poteri di quelli che vogliamo concedere; * pretendiamo che altri Stati condividano con noi il rischio finanziario con emissioni di debito comune, quando utilizziamo il bilancio per misure clientelari senza alcun criterio di sostenibilità, come l’abbassamento dell’età di pensione quando l’età media cresce sempre più e il sistema previdenziale assorbe già una quota eccezionale delle risorse nazionali.

Forse dovremmo cominciare a parlare di Europa in termini più corretti, capendo bene quali sono le condizioni attuali e valutando la qualità della risposta dei nostri amici europei in funzione della nostra credibilità e affidabilità.

Pubblicato da Federico Orsini

Ho 48 anni, sposato con 3 meravigliose bambine, capannolese di nascita e pontederese di adozione.

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