Il virus ha sconvolto le nostre vite. Quello che era impensabile solo due mesi fa, ora sembra diventato una ineluttabile realtà quotidiana. Vita sociale azzerata, strade deserte, tutti arroccati in casa propria col timore anche solo di uscire a fare la spesa.
All’inizio, questo contagio è stato sottovalutato da molti, anche da me. Non avrei mai pensato che si potesse generare una così catastrofica situazione, in cui siamo impotenti e incapaci di operare per un rapido ripristino delle normali condizioni di vita.
Non è questo il momento dell’analisi di quanto successo, dei motivi che ci hanno portato a questa situazione. In guerra, non ci si divide e non si fanno polemiche. Si ubbidisce e si procede uniti. Ci sarà e ci dovrà essere, passata la tempesta, una seria analisi della sequenza di fatti e di decisioni che ci ha portato a questo punto. Sicuramente, sono stati fatti molti errori. Ma di fronte a un nemico nuovo e insidioso, in una società democratica, era inevitabile procedere per gradi successivi, avere indecisioni e contraddizioni. Ripeto, ci sarà il tempo per analizzare e capire, cercando di strutturarci meglio per le prossime (inevitabili, credo) pandemie.
L’emergenza richiede misure estreme: annullamento di ogni contatto sociale, chiusura di tutte le attività lavorative non strategiche, confinamento in casa con possibilità di uscire solo per reali e comprovate esigenze. È dura, ma lo accettiamo. È, lo ripeto, una guerra. In un conflitto, siamo disposti a cedere alcune nostre libertà in cambio della possibilità di sconfiggere il nemico.
Probabilmente, passata la prima fase emergenziale, la ripartenza (molto parziale) della vita “normale” richiederà ulteriori misure che lederanno ancora le nostre libertà fondamentali. Alludo al cosiddetto modello coreano, quello del tracciamento elettronico di ogni spostamento e di ogni contatto. Prima della disponibilità di un vaccino di massa, unica vera arma contro il contagio, non riesco a immaginare altro modo, per le autorità, di permettere la ripartenza di una parvenza di attività economica e sociale, se non con uno strettissimo controllo delle relazioni sociali, degli spostamenti, del rispetto delle misure impartite. Ciò è già ampiamente fattibile, con la tecnologia attuale e l’uso pervasivo degli smartphone. Un enorme Grande Fratello che ci spierà continuamente per monitorare ogni rischio di ripartenza dell’epidemia.
Possiamo, dobbiamo, accettare le attuali e le future limitazioni alla nostra libertà individuale, per un orizzonte temporale limitato, e con l’unico scopo di sconfiggere il coronavirus. È però necessario, indispensabile che fin da ora si sviluppi un forte movimento di massa liberale, una presa di coscienza collettiva dei nostri diritti naturali inviolabili, dell’essenza pericolosamente illiberale e autoritaria delle misure di controllo attuali e future. Possibilmente, sperabilmente, si dovrebbe concretizzare un forte movimento politico, capace di raccogliere un ampio consenso, ideologicamente schierato a difesa dei nostri diritti individuali. Una sentinella implacabile delle scelte governative, un monito costante alla eccezionalità e temporalità delle misure messe in atto.
Guai, guai, se l’emergenza dovesse diventare indefinita, le misure eccezionali dovessero diventare ordinarie, se la cessione di sovranità che ognuno di noi, responsabilmente e civilmente, sta facendo in funzione di un obiettivo collettivo primario diventasse la norma.
Questo movimento dovrà pretendere, appena possibile e non un istante dopo, la revoca di tutte le misure eccezionali e il ripristino integrale dello stato di diritto, dei diritti fondamentali e delle piene tutele democratiche. Anzi, dovrà essere rafforzata la privacy, la tutela delle nostre scelte e delle nostre preferenze, eliminando l’attuale sistema di tracciamento metodico su Internet e nei nostri spostamenti.
In questa crisi stiamo perdendo molto. Tanti, tantissime vite umane, in primo luogo. Lavoro e ricchezza, poi. Non è pensabile però che in nome dell’emergenza attuale e di quelle future si rischi di perdere il nostro bene più prezioso: la libertà.
Caro Federico, leggo con piacere questa riflessione e leggero i tuoi precedenti articoli. Su emergenza e libertà, mi trovi assolutamente concorde soprattutto nelle conclusioni e sono pronto a essere in prima fila per andare a formare la schiera di quelli che vorranno unirsi per richiedere il ripristino del diritto. Sono peraltro concorde nella necessità di muoverci in modo sincrono per combattere questa emergenza. Non parlerei di guerra, la guerra è combattuta in tanti modi, prima esclusivamente dagli eserciti ora anche con le ” bombe intelligenti” e le ” operazioni chirurgiche” che hanno “effetti collaterali”. Ma alla guerra posso dire di no, disertare, fare obiezione di coscienza al limite cercare rifugio in altri luoghi invece qui questa possibilità è negata, non percorribile. Grazie della tua riflessione. Gianni
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