Populismo e meritocrazia

Populismo. Una parola molto usata. Una volta perlopiù in senso dispregiativo, ora non più. Anzi, qualcuno si vanta di essere definito populista.

Deriva dal termine popolo, il populismo pretende e aspira a interpretarne il volere, esaltandone le presunte qualità e virtù.

Merito. Parola sempre meno usata, è quasi scomparsa dal dibattito pubblico. La meritocrazia implica l’esistenza di una gerarchia, chi merita sta più in alto. Brutto. Perché deve stare più in alto chi ha un “foglino” in più? Il lavoro, il sudore, i calli, l’esperienza maturata sul campo valgono di più di studio, analisi, approfondimento.

C’è in giro un’idea diffusa di società piatta, tutti valiamo allo stesso modo. Uno vale uno, uno vale l’altro. I parlamentari? Si possono sorteggiare. Il medico? Basta consultare Google. L’ingegnere? Ma se fa tutto il computer, per riempire due fogli, quanti soldi vuole? E via discorrendo. La preparazione, gli anni di studio, sono considerati tempo perso, anni di “parcheggio“.

Non importa capire i problemi, saper analizzare il contesto, avere una visione del futuro basata sulla consapevolezza del passato. Bisogna essere simpatici, alla mano. Dare del tu e mai del lei, non usare i congiuntivi (chi li usa più, chi li sa più?), sintonizzarsi sull’opinione comune.

Chi è il popolo? La risposta più intuitiva è che siamo tutti noi. Con le nostre differenze, le nostre esperienze, la nostra estrazione economica e culturale. Le nostre diversità. Che sono impossibili da ridurre a unità. Un banale esempio è quello dei tifosi di calcio e delle discussioni infinite che si possono sviluppare, in cui ognuno dice la sua e nessuno ascolta l’altro. È così, nella nostra natura.

Come è possibile allora sintetizzare la volontà del popolo? Il primo trucco utilizzato sta nel voler rappresentare il pensiero della maggioranza (la prima brutale semplificazione: il popolo è la sua maggioranza). Il secondo trucco sta nella banalizzazione dei temi. Ridurre la complessità a a contrapposizioni, generalizzare, esagerare, utilizzare singoli casi come rappresentazione di tutta la realtà. Il terzo sta nel gettare discredito su tutto. Approfittare del fatto che “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce “ (Gandhi). Infine, fare leva sui sentimenti di rivalsa, di invidia, di rancore, di sospetto. Bisogna odiare chi sta lassù, chissà come c’è arrivato, solo perché ha un foglino in tasca, sarà l’amico di un amico, avrà la tessera in tasca, se è una donna ovviamente la carriera l’ha fatta con prestazioni sessuali.

Il popolo in realtà non esiste, è una rappresentazione falsa e mitologica destinata a nascondere le contraddizioni e i conflitti sociali. Il populismo si arroga il diritto di rappresentare la maggioranza indicandogli i nemici che impediscono il ritorno dell’età dell’oro. La banalizzazione di ogni tematica, la sua riduzione a contrapposizione tra “noi e loro” è funzionale alla strumentalizzazione politica e elettorale.

È chiaro che questa metodologia non può che essere finalizzata alla regressione verso il mondo idealizzato del passato e all’abbattimento delle conquiste sociali. Regredisce il linguaggio, col rifiuto del politicamente corretto e l’elogio dell’insulto, regredisce il rispetto delle diversità (perché ontologicamente minoranza). Regredisce la valorizzazione del merito, considerato come modalità di perpetuazione delle diseguaglianze e delle ingiustizie, perché impedisce di dare a tutti allo stesso modo.

Il merito è il nemico del populismo, perché prevede che chi più vale più abbia. Dunque determina una società scalabile e a scalini, dove capacità e impegno creano vari livelli. Che non si sia tutti uguali, ma che ognuno ottenga in funzione del proprio impegno e delle proprie capacità.

Al contrario, il populismo propugna un unico livello sociale indistinto, sottostante e sottomesso ai veri rappresentanti del pensiero del popolo. Che mantengono il potere con il monopolio informativo, utilizzato per la ricerca di continui nemici cui additare le responsabilità del mancato raggiungimento della felicità, non potendo certo essere colpa dei leader populisti. Il populismo, gramscianamente, punta a conquistare una a una le casematte del potere, imponendo le proprie parole d’ordine ai media e così facendo avverando la profezia di cui si fa portatore, trasformando in verità una bugia, una banalizzazione , una strumentalizzazione, una mezza verità detta mille volte.

Il populismo è il cancro della democrazia. Perché persegue la dittatura della maggioranza, quindi alla fine la dittatura. Perché persegue lo stato etico anziché lo stato laico, quindi alla fine la dittatura. Perché avvelena, per i suoi scopi di potere, i pozzi del confronto e del rispetto tra diversi, quindi alla fine porta alla dittatura.

Il merito, la meritocrazia, l’accettazione di una società stratificata (scalabile con l’ascensore sociale), la fiducia in chi sa più di noi, la delega ai professionisti per la gestione dei problemi, rappresentano il pensiero eretico.

Rappresentano l’antidoto alla dittatura.

I nostri nonni ci spingevano a studiare, consci che la fatica senza il sapere non ti eleva e ti lascia in balia dei luoghi comuni e dell’ignoranza. Che lo studio ti eleva, ti dà una posizione sociale migliore, contribuendo con la crescita e diffusione delle conoscenze al progresso generale del paese.

Una società più istruita è una società migliore , più aperta, inclusiva, civile, democratica .

Il merito è l’unica alternativa al populismo. Quindi l’unica difesa della democrazia.

Pubblicato da Federico Orsini

Ho 48 anni, sposato con 3 meravigliose bambine, capannolese di nascita e pontederese di adozione.

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