Il quarto potere

L’informazione è uno strumento insostituibile per la conoscenza. La presenza in ogni angolo del mondo, la capacità di raccontare quanto sta avvenendo riassumendo le dinamiche che vi stanno dietro, la selezione dei fatti significativi tra i mille avvenimenti, rappresentano meccanismi essenziali per ognuno di noi che per ridotte disponibilità di tempo e mancanza di strumenti vuole essere a conoscenza di cosa succede nel mondo, senza poterlo fare direttamente. I professionisti dell’informazione ci trasmettono inoltre uno spaccato dei quanto avviene, essendo i nostri occhi e i nostri orecchi.

La democrazia liberale si basa su questo prezioso strumento. Conoscere per deliberare, diceva Einaudi. Senza la professione del giornalismo, non potremmo sapere e quindi esprimere compiutamente il nostro ruolo di controllo e scelta democratica.

Il termine “informare” viene dalla composizione di due termini “in” e “forma”: dare forma alle cose. Costruirne una narrazione che colleghi gli eventi, i protagonisti, le scelte. E’ un processo intellettuale di elaborazione, inevitabilmente soggettivo. Rispecchia la cultura e la sensibilità di chi ne è protagonista. Questa soggettività nella narrazione richiede, da una parte, una profonda etica dei giornalisti, che devono essere consapevoli del loro ruolo di raccontatori della realtà.; dall’altra, richiede un pluralismo di voci e strumenti di informazione, per permettere a ognuno di noi la formazione di un’opinione consapevole e strutturata.

L’informazione è strettamente connessa al potere, perché è alla base della formazione delle convinzioni politiche dei cittadini. Il suo ruolo naturale è quello di cane da guardia del potere e dei suoi eccessi, di controllo dei comportamenti e della liceità delle decisioni presi dai governanti. <Si configura, a tutti gli effetti, come un ulteriore potere, che si contrappone e bilancia gli altri poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario. Il cosiddetto quarto potere. Esso, come gli altri, deve essere indipendente, per garantire quel necessario equilibrio che è alla base del moderno costituzionalismo. I giornalisti, per poter svolgere correttamente il proprio ruolo di indagatori e accusatori dei potenti, ne devono essere assolutamente distanti. Ogni collateralismo, ogni commistione rappresentano un inevitabile e terribile conflitto di interessi che compromette il ruolo altissimo e vitale (per la democrazia) che devono avere.

Rispetto alla teoria, in Italia (chissà altrove) la situazione appare molto distante dall’ottimale. Sembra proprio che scarseggino sia etica che reale pluralismo. La lottizzazione dei principali incarichi e dei ruoli apicali è pratica diffusissima, tanto da rendere come lodevoli e e rare eccezioni quelle situazioni di indipendenza e libertà. La carriera giornalistica è spesso collegata alla loro identificazione con una parte politica, se non addirittura con un partito. E questo, da quando ho memoria (e non sono più giovanissimo).

Dunque si determina un inestricabile groviglio di soggettività, interessi e mancanza di terzietà, che trasformano l’informazione in propaganda. Si possono verificare, quotidianamente, narrazioni così influenzate da simpatie politiche o volontà di sostegno di una determinata fazione da apparire tra loro del tutto opposte e incompatibili. Basta. Quotidianamente, confrontare giornali di diversa simpatia politica. Come è possibile farsi un’idea chiara di cosa succede, della coerenza della politica, delle conseguenze delle scelte attuate, se se ne può sentire tutto il bene o tutto il male possibile, a seconda dei mezzi di informazione usati?

La scarsa etica professionale fa sì che si possa vedere esprimere un giornalista, su fatti o opinioni del tutto sovrapponibili, con massima e disgustata condanna o con tono giustificativo se non addirittura di lode e esaltazione, a seconda del protagonista degli stessi fatti o opinioni.

Il quarto potere, così, abdica alla sua missione fondamentale. Anziché fare il cane da guardia del potere, se ne sottomette e ne diviene schiavo.

La democrazia è un sistema complesso e fondamentalmente delicato. Rappresenta il migliore dei sistemi finora sperimentati di gestione del potere, perché ne limita gli eccessi e ne bilancia gli effetti. Necessita, però, di un sistema che funzioni e ne impedisca il deragliamento in forme riduttive delle libertà individuali e sociali. Il principale meccanismo di garanzia del funzionamento della democrazia è un buon sistema di informazione. Conoscere per deliberare, appunto.

Un sistema giornalistico corrotto e non funzionante compromette il sistema democratico.

Insomma, in Italia siamo messi davvero male

Pubblicato da Federico Orsini

Ho 48 anni, sposato con 3 meravigliose bambine, capannolese di nascita e pontederese di adozione.

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