C’è un tema che da sempre suscita il mio interesse, cioè le politiche sulle droghe. In principal modo, ma non esclusivamente, quelle cosiddette leggere. E’ un interesse, per così dire, da studioso, non avendo praticamente mai avuto a che fare con nessuna di esse (a parte sparuti casi di ritrovi giovanili in cui passava una canna e a cui avrò fatto un paio di tiri, senza grossi effetti peraltro, essendo all’epoca un non fumatore e quindi non riuscendo neanche ad aspirare correttamente).
Cercherò di analizzare le varie tesi a favore o contro il proibizionismo in maniera più oggettiva possibile, cercando di evitare (cit.) di aggrapparmi ai numeri come un ubriaco fa con un lampione, cioè per sorreggermi e non per farmi illuminare.
Partiamo, appunto, dai dati. Secondo Wikipedia, che cita i dati dell’EMCDDA, in Italia il 14,3% della popolazione fa uso di cannabis, il 2,1% di cocaina. Nella fascia tra i 15 e i 34 anni i valori salgono rispettivamente a 37,5% e 7,6%.
Oltre allo spaccio di stupefacenti, punito severamente (per le droghe leggere, da due a sei anni di reclusione), è punito anche il consumo, anche se teoricamente non sarebbe reato. Sussiste infatti l’illecito amministrativo che può portare, ad esempio, alla sospensione della patente di guida.
In carcere, oltre un terzo dei detenuti è legato a reati di droga. In genere non si tratta di grandi ma di piccoli spacciatori e anche di consumatori. Il 25% dei detenuti fa uso di droghe.
Questi dati esprimono la drammaticità del fenomeno e la sua diffusione. A fronte di un impegno costante delle forze dell’ordine (nel 2019 eseguiti sequestri per 117 tonnellate di cannabis e quasi 4 tonnellate di cocaina), con un enorme dispendio di risorse e energie, i consumi di sostanze stupefacenti tendono ad aumentare e ci collocano tra i primi Paesi consumatori al mondo.
Chi si arricchisce dal traffico delle droghe? Le mafie di tutto il mondo vi prosperano, incamerando enormi quantità di denaro. Le mafie non saranno mai abbattute, finché potranno contare su tali introiti. Si potrà arrestarne i capi, ma la sua forza rimarrà intatta e nuove generazioni di mafiosi prenderanno (ringraziando? Chissà) i posti ai vertici lasciati vacanti.
Dopo questa lunga premessa, arrivo al nocciolo del problema. Il proibizionismo. La droga è sostanzialmente proibita, a livello mondiale, da circa un secolo, ma questo non ne ha in alcun modo ostacolato la diffusione. Il legislatore italiano, in maniera altalenante, si è fatto tentare dall’opzione di rendere illecito anche il consumo di droghe, tranne poi ritornare indietro una volta verificato che a fronte di tanti drammi personali (la vita di un cittadino che finisce in galera è sostanzialmente rovinata per sempre, in termini di reputazione, possibilità di lavoro, affetti e relazioni sociali) il fenomeno non veniva scalfito. Quindi seguiva una fase di depenalizzazione del consumo, cui dopo qualche tempo si contrapponeva (in nome di una lotta senza quartiere alla “cultura della morte”) l’esigenza politica di un nuovo giro di vite.
Funziona il proibizionismo? No. Non ha mai funzionato. Nell’America degli anni ‘20, il divieto sugli alcolici non eliminò la piaga dell’alcolismo, ma determinò soltanto la diffusione di prodotti di scadentissima qualità, ancora più pericolosi per la salute, e fece prosperare la mafia e i suoi violenti capetti a partire da Alphonse “Al” Capone. Alla fine, la scelta inevitabile fu l’abolizione del proibizionismo degli alcolici. Forse l’alcool aveva smesso di fare male? No, l’abuso di liquori continua a essere un problema sia sanitario che sociale, ma si mira a combatterlo con campagne informative, controlli statali sui prodotti, tassazione (più costa, meno ne posso consumare, of course), divieti mirati (limiti stringenti per la guida di autoveicoli). La piaga dell’alcolismo, in America come nel mondo, non è scomparsa, ma il fenomeno è sotto controllo.
Una obiezione alla fine del proibizionismo delle droghe è che lo Stato non può permettere la diffusione di sostanze dannose per i propri cittadini. Questa affermazione è falsa. Lo Stato già permette alcool, tabacco, gioco d’azzardo. Perché lo fa? Perché i fenomeni di massa non possono essere repressi ma solo controllati, per ridurne i danni. Per impedire che gruppi criminali si arricchiscano coi proventi delle attività illegali, fomentandone il consumo e aggravando i problemi. Di più, lo Stato non può essere ETICO, cioè imporre ai cittadini i propri valori, senza sovvertire inevitabilmente la civiltà liberale e condurci verso la dittatura. Non è possibile vietare i singoli comportamenti senza entrare invasivamente nella sfera privata delle persone, spiandole e controllandole. Dunque, secondo il principio cardine del liberalismo, ogni cittadino è libero di fare ciò che vuole e tale libertà è limitata soltanto dalla libertà degli altri, che non ne devono essere danneggiati o ostacolati (tema enorme, su cui si sono espressi tanti filosofi e studiosi, rimando a questo link ).
La liberalizzazione delle droghe non porterebbe a una loro diffusione ancora maggiore? Anche questo è un falso mito della destra illiberale. Come non è avvenuto (anzi si è determinato il fenomeno opposto) per l’alcool, questo non sta avvenendo per le droghe leggere, basta guardare ai Paesi che già hanno fatto questa scelta.
La droga distrugge le vite e crea drammi sociali e violenze, dicono i proibizionisti. Questa tesi si intreccia e sovrappone a quelle sopra descritte, risultando già smentita. È vero, la droga fa male, in alcuni casi fa molto male. In alcuni casi uccide, in alcuni casi trasforma in assassini. Ma la verità è che la droga c’è già, circola a fiumi, un giovane su tre si droga. Non si tratta di introdurla in un territorio vergine, ma di gestire laicamente il fenomeno rendendolo più trasparente, permettendo di intervenire sulle problematiche, riducendone la diffusione. Sì, perché è la clandestinità che ne stimola la diffusione, con l’esigenza da parte dello spacciatore di “fidelizzare” la propria clientela portandola a assumere sostanze sempre più forti e dalla dipendenza maggiore, con l’indebitamento del consumatore che quindi si trasforma a sua volta in un piccolo spacciatore in una perversa struttura piramidale in cui gli ultimi devono procurarsi nuovi clienti attivamente per poter sostenere il proprio bisogno di droga.
Un’ultima riflessione deve essere fatta sull’impatto economico di una liberalizzazione almeno parziale dell’uso di stupefacenti. La lascio per ultima, perché per un tema così delicato, l’aspetto dei soldi deve essere davvero una parte non significativa ma solo di completamento del ragionamento. Solo con la regolamentazione della vendita delle droghe leggere, lo Stato ricaverebbe circa 6 miliardi l’anno, risparmiandone quasi un altro miliardo dalle carceri e dai costi di polizia. Si avrebbe un impulso ad altre attività trasversali, con un effetto di trascinamento dovuto alla filiera. Si toglierebbero ingenti risorse alle mafie, assestandogli un colpo significativo. Si evidenzierebbero le situazioni di degrado sociale, permettendo un intervento attivo di sostegno delle persone più deboli.
L’Italia è uno dei Paesi a più alto tasso di consumo di droghe nel mondo. Siamo davvero sicuri che il modello proibizionista funzioni? Non è il caso di incominciare a ragionare seriamente di un modello alternativo, ispirandoci ad esempio da quanto messo in atto da anni, con successo, dalla vicina Svizzera?