Il sistema elettorale proporzionale nasce con la Repubblica e viene scelto come metodo più efficace per assicurare, da un lato, la completa rappresentanza di tutte le posizioni politiche presenti in Italia, dall’altro, per evitare ogni deriva di accentramento di poteri a una maggioranza relativa (paura discendente direttamente dal periodo dittatoriale dal quale faticosamente si usciva). Questo sistema garantì per lungo tempo maggioranze stabili e una linea coerente nel tempo delle politiche attuate. Si instaurò quasi subito una alleanza tra partiti laici e Democrazia Cristiana, in un precario e dinamico equilibrio che aveva il perno nell’impedire al più grande partito Comunista dell’Occidente di prendere il potere. Il sistema elettorale proporzionale si combinava con un sistema politico bloccato e con alleanze collaudate e ben strutturate. Esistevano inoltre due grandi partiti, DC e PCI, capaci di prendere ben oltre il 30% dei voti, radicati nell’elettorato e nella società. Il voto era molto statico e le fluttuazioni assai ridotte, tanto che la modesta costante crescita degli anni ‘80 del PSI fu sempre “venduta” come vittoria elettorale (pur rimanendo sempre il terzo partito).
Poi venne la grande crisi dei primi anni ‘90, determinata da vari fattori: il crollo del blocco socialista e il venir meno della ragion d’essere del Partito Comunista (che iniziò una lunga e incerta transizione e trasformazione in partito socialdemocratico), la crisi speculativa che investì l’Italia, l’esplosione delle grandi inchieste sulla corruzione politica (Mani Pulite e inchieste affini, con un ciclone giudiziario che si abbatté sui principali partiti delle ininterrotta maggioranza che aveva governato l’Italia per 40 anni). Era inoltre divenuta evidente la crescente scollatura tra la politica e i cittadini, con partiti sempre più autoreferenziali e incapaci di un ricambio della classe dirigente, con una progressiva incapacità di esprimere una classe dirigente autorevole e competente.
A questa crisi, con intuizione previdente e in gran parte anticipatrice, si contrappose un progetto innovativo e rivoluzionario di trasformazione della politica italiana: l’introduzione di un nuovo sistema elettorale di tipo maggioritario capace di permettere una selezione diretta della classe politica da parte del corpo elettorale. Questo progetto, portato avanti prima parallelamente e poi insieme da due politici mai abbastanza apprezzati e valorizzati, Mario Segni e Marco Pannella, si trasformò in una serie di referendum popolari che ottennero un incredibile successo, travolgendo la classe politica. Il referendum abrogativo del 1991 ottenne il 95% di SI, con il 65% di votanti (contro l’invito di politici quali Craxi, Bossi, De Mita di andare “al mare” o astenersi). Quello del 1993, che completava l’opera demolitoria del primo, raggiunse l’83% dei SI con il 77% dei votanti.
Il Parlamento, composto in larga parte da forze che avevano avversato questa epocale trasformazione, tradì in parte il disegno politico vincente coi referendum. Con le leggi del 4 agosto 1993, la cosiddetta legge Mattarella (l’attuale Presidente della Repubblica) fu varato un sistema non completamente maggioritario. A un 75% di seggi scelti col sistema uninominale a turno unico fu contrapposta una quota del 25% di proporzionale. Tale quota risultò un vulnus importante che rallentò l’inevitabile transizione a un sistema di stile anglosassone, con due grandi partiti aperti e federatori in competizione tra loro. Gli effetti si cominciarono a vedere dopo il 2001, con la nascita del PD e del PDL. Purtroppo, a breve il sistema maggioritario legato alla grande rivoluzione referendaria dei primi anni ‘90 sarebbe stato annullato dal cosiddetto Porcellum .
Una opinione su "Breve storia del maggioritario"